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Orario di lavoro, ferie e riposi: Illegittime le sanzioni perchè troppo aspre

Data 10/06/2014
La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’inasprimento delle sanzioni in materia di orario di lavoro introdotto con il d.lgs. n. 213/2004
La Corte Costituzionale (sentenza n. 153/2014, depositata il 4 giungo scorso) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18-bis, commi 3 e 4, del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66 (in materia di organizzazione dell’orario di lavoro). Nello specifico, i commi dell’art. 18-bis (introdotto con il successivo decreto legislativo 19 luglio 2004, n. 213, che ha modificato e integrato il d.lgs. n. 66/2003 in materia di apparato sanzionatorio dell’orario di lavoro) dichiarati incostituzionali hanno ad oggetto le sanzioni previste in caso di violazione della disciplina in materia di orario di lavoro di cui agli artt. 4 (superamento della durata massima dell’orario di lavoro settimanale), 7 (mancata fruizione del riposo giornaliero) e 9 (mancata concessione del riposo settimanale) del d.lgs. n. 66/2003.

La questione, in sintesi, è la seguente:

il decreto legislativo n. 66 del 2003 è stato introdotto, nel nostro ordinamento, in attuazione di due direttive comunitarie (nn. 93/104/CE e 2000/34/CE) in materia di organizzazione dell’orario di lavoro. Il decreto, nella sua versione originaria, non prevedeva nulla in materia di regime sanzionatorio, cioè per quanto riguardava le sanzioni da applicare in caso di violazione delle norme in tema di orario di lavoro e di riposo settimanale e festivo.
Successivamente, tramite lo strumento della delega correttiva, fu invece inserito, con il d.lgs. n. 213/2004, tra le altre modifiche, l’art. 18-bis, avente ad oggetto il sistema sanzionatorio per la violazione delle suddette norme, prima disciplinato dai regi decreti legge nn. 692/1923 e 370/1934.

La questione sollevata trae origine dal fatto che, mentre la legge delega 1 marzo 2002, n. 39 (cioè la legge comunitaria 2001, per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee, in base alla quale era stato introdotto il d.lgs. n. 66/2003 e il successivo d.lgs. n. 213/2004), aveva previsto come criterio direttivo, in materia di sanzioni amministrative, che nel passaggio dal vecchio al nuovo regime fossero previste sanzioni identiche a quelle già previste dalle leggi vigenti per violazioni omogenee e di pari offensività rispetto a quelle previste nei decreti legislativi, l’art. 18-bis avrebbe invece previsto sanzioni più rigide rispetto a quelle di cui ai r.d.l. nn. 692/1923 e 370/1934 (che, in precedenza, disciplinavano la materia).

Tutto questo avrebbe determinato un’evidente violazione di quanto previsto dalla legge delega e, quindi, l’illegittimità costituzionale dell’art. 18-bis per violazione dell’art. 76 della Costituzione (in base al quale “l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”).

La Corte, in proposito, è stata chiamata a valutare se le sanzioni introdotte dal “nuovo” apparato normativo (commi 3 e 4 dell’art. 18-bis del d.lgs. n. 213/2004) fossero o meno più pesanti rispetto a quelle già previste per le violazioni omogenee e di pari offensività dal “vecchio” sistema (r.d.l. nn. 692/1923 e 370/1934), e se, ovviamente, sussistesse o meno il requisito della “omogeneità e pari offensività” delle violazioni.

Dal confronto effettuato tra i due sistemi sanzionatori (vecchio e nuovo), la Corte ha ritenuto che, nonostante le indubbie diversità – dovute anche ad una realtà economica e lavorativa passata assai più semplice di quella attuale –, ci sia una chiara coincidenza nella logica di fondo che anima gli stessi: entrambi sanzionano l’eccesso di lavoro e lo sfruttamento del lavoratore che ne consegue, ponendo limiti all’orario di lavoro giornaliero e settimanale ed imponendo periodi di necessario riposo.

Questa “coincidenza” fa sì che, ai fini del rispetto dei criteri fissati dalla legge delega, le sanzioni amministrative di cui ai r.d.l. nn. 692/1923 e 370/1934 corrispondano a violazioni da ritenere omogenee e di pari offensività rispetto a quelle previste dal d.lgs. n. 66/2003 e che, di conseguenza, le sanzioni previste dai commi 3 e 4 dell’art. 18-bis del d.lgs. n. 213/2004 avrebbe dovuto rispettare il requisito della necessaria identità rispetto alle sanzioni precedenti (rialzate già dal d.lgs. n. 758/1994).

Da un semplice confronto aritmetico, è risultato evidente come le sanzioni attualmente previste dalla normativa vigente siano ben più elevate di quelle irrogate nel sistema precedente: di conseguenza, i criteri direttivi della legge delega risultano violati, e ciò ha imposto la declaratoria di illegittimità costituzionale dei commi 3 e 4 dell’art. 18-bis del d.lgs. n. 213/2004.

Nello specifico, la sentenza in commento ha concluso che:
“Ai fini, quindi, del rispetto dei criteri fissati nella legge delega, deve affermarsi che le sanzioni amministrative previste dal r.d.l. n. 692 del 1923 e dalla legge n. 370 del 1934 corrispondono a violazioni da ritenere omogenee rispetto a quelle regolate dal d.lgs. n. 66 del 2003 e che, pertanto, la normativa sanzionatoria oggi in esame era tenuta al rispetto della previsione della delega nel senso della necessaria identità rispetto alle sanzioni precedenti; le quali, come si è già detto, erano state ritoccate al rialzo dal d.lgs. n. 758 del 1994.
Risulta in modo evidente, invece, proprio sulla base del confronto sopra compiuto, che le sanzioni amministrative di cui all’art. 18-bis del d.lgs. n. 66 del 2003 sono più alte di quelle irrogate nel sistema precedente; e, trattandosi di un’operazione di puro confronto aritmetico, non sussistono dubbi interpretativi.
Ne discende la fondatezza della questione di legittimità costituzionale, perché effettivamente sussiste la violazione del criterio direttivo contenuto nell’art. 2, comma 1, lettera c), della legge di delega n. 39 del 2002, sicché se ne impongono l’accoglimento e la conseguente declaratoria di illegittimità costituzionale delle censurate disposizioni, per violazione dell’art. 76 Cost.”.

La Corte ha infine precisato che, avendo il giudice a quo chiarito che le sanzioni amministrative inflitte nel giudizio davanti a lui pendente riguardano il periodo di tempo che va dall’ottobre 2007 al giugno 2008, lo scrutinio della Corte è limitato, in conformità al principio della domanda, al testo originario dell’art. 18-bis, senza riguardare in alcun modo il testo risultante dalle modifiche successive della norma.

fonte: http://www.federsicurezza.it/winNewsA.asp?id=411