Formazione e Normativa

Termine orario di lavoro: non si è liberi di smontare se sorge stato di necessità operativa

Un errore che viene commesso dal dipendente che si sente prevaricato… una errata valutazione che nasce dal fatto che non ci si sente vincolati, dopo che l’orario di lavoro è giunto alla sua naturale conclusione. Quando le lancette dell’orologio sono finalmente nel quadrante desiderato è difficile dover comprendere quanto sia rischioso il margine tra il torto e la ragione, non si contano più gli episodi.
Era il lontano 2013 quando la suprema Corte di Cassazione depositò la sentenza n° 21361, rigettando il ricorso di un vigilante di una azienda fiorentina, licenziato per non essersi reso disponibile all’intervento su allarme passato dalla propria centrale operativa, configurando la giusta causa di insubordinazione.
Nelle motivazioni date all’epoca, oltre ai riferimenti al DLGS 66/2003 che tratta anche il carattere derogatorio alla norma contrattuale per comprovate esigenze a carattere di urgenza, quale può essere un intervento su allarme, oltre alla facoltà di richiedere ulteriori 2 ore e mezza se non si riceve il cambio in postazione, come previsto dal DM 269/10.
Le motivazioni di tale indirizzo, sono giustificate dal fatto che il lavoro della guardia giurata si espleta nella sorveglianza dei beni mobili ed immobili di pubblico e privato e che la tutela di detti beni debba essere garantita anche a costo di derogare le norme sul riposo giornaliero, se sorge una imprevedibile situazione di emergenza.
Questo a volte ha dato il via anche ad episodi in cui l’abuso e la condotta vessatoria hanno confidato sulla scarsa pazienza del dipendente oggetto di continue richieste, dell’ultimo minuto. In questi casi meglio recarsi dove richiesto o rendersi disponibili a proseguire la prestazione, segnalando poi l’accaduto se ciò dovesse ripetersi in maniera continua nelle opportune sedi. Meglio ubbidire e poi agire, sempre avendo dato corso alle richieste.